indice

 

6) CREDENZE POPOLARI.       

STREGHE

 

    Diffusissima la credenza, che dall' "Ave Maria" della sera all' "Angelus" del mattino, un esercito di fattucchiere, streghe, stri, màag, donne di mal affare,  pland, libertini di professione, strijui, plandui, infestassero le vie offendendo i viandanti e coloro che uscivano di notte.

     Tale superstizione ebbe in Valle nei secoli XVII e XVIII carattere di vera ossessione, tanto che dovettero interessarsene i reggitori di essa con severe ordinanze.  Ora, per fortuna, questo pregiudizio non è più che un caso isolato, e quasi più nessun vigezzino presta fede alle bubbole delle streghe.

     Ritrovo classico delle streghe era ul Pian di Stri, località che porta ancora questo nome e si trova alle falde del monte Gridone sul versante vigezzino.

     Le streghe tenevan loro riunioni nei vari giorni della settimana. Il lunedì notte era riservato a gruppi di streghe che avevan lo scopo di impaurire e aggredire i viandanti, alleggerendoli quasi sempre del borsino.  Il martedì spettava alle streghe vecchie d'anni e di peccati, ordinariamente megere grinzute e scapigliate da cui il detto popolare: brùta cume ina stria.  Costoro ormai reiette di natura, insidiavano la pace matrimoniale propinando beveroni malefici ai bambini, insinuando tra coniugi la gelosia e fomentando odii. Eran queste le streghe più temute. Si dice che prima di lasciare le loro case si ungessero mani, piedi e parti deretane con olio; indi sparissero per la canna del camino. Entravano poi nelle case pei fumaioli. Al mercoledì era la volta dei libertini d'ambo i sessi , che si tramutavano in animali, per lo più caproni, capre, gatti, mostri, con ali da vampiro, unghie irsute ai piedi e alle mani, viso e seno da donna, ecc.  Questi poveracci finivano quasi sempre di morte infelice o bruciati dall'autorità civile e religiosa, tale essendo la pena sancita dalle leggi d'allora per la stregoneria. La notte tra il giovedì e il venerdì era riservata alla preparazione di lambicchi amorosi,  pratiche abortive ed altri malefizi eiusdem furfuris.  Venerdì notte era il turno dei capi stregoni della Valle, che determinavano le modalità per l'adunanza generale ch'era sempre il sabato.  La notte del sabato si radunavan pertanto al Pian di Strì , che continuava sin al tocco della campana dell' "Ave Maria" del mattino ad Olgia

     Se però il Gridone era il ritrovo generale delle streghe, in Valle abbiamo altri luoghi ch'eran destinati a ritrovi parziali di nottanbuli. Così in un seno erboso della Pioda di Crana, le streghe, sotto forma di bellissime giovani, tenevano i loro convitti con suoni e danze.  Guai al povero baccellone che fosse passato in quei paraggi e si fosse avvicinato o soffermato a guardare: per lui era finita! - Anzi la fantasia popolare ricorda ancora di una lotta terribile tra un pastore di Crana, che tornando di notte dall'Alpe Ragozzo si era incontrato alla Bocchetta di S. Pantaleone, Pas ad Funtanalba, con una robusta strega di Buttogno, che lo trasportò a viva forza sul Pizzo della Balma per rovesciarlo giù dalla Piudàa. Si dice che esistono ancor le orme della mani impresse nella roccia dal pover'uomo nello sforzo disperato per non lasciarsi precipitare. Si afferma  anche che, appena sopra la Bocchetta di S. Pantaleone, si scorgono ancora nella roccia i crogiuoli  dove le streghe di Druogno, Crana e Val Onsernone facevano i loro malefizi.

     Ul Pian di Lutt, tra S. Maria e Druogno era pure temuto come infestato dalle streghe.  Quivi convenivano anche quelle di Marone. Le streghe di Coimo si radunavano invece alle falde del Pizzo Togano con quelle di Masera e Trontano.

     Le streghe di Craveggia e Villette, ch'eran nelle "terre di basso" temutissime, si radunavano in  Cailina; quelle di Folsogno e Dissimo nella Valle degli Orti.

     La località Pianzà, a sud-est di Malesco, era pure ritrovo preferito di streghe.  L'eco delle loro chiassose adunanze era udita dagli abitanti di Malesco, e da coloro che viaggiavano di notte sulla strada di Finero. Le fattucchiere eran vestite di bisso tenuissimo che facean volteggiare con grazia nelle loro piroette.  Eran accompagnate dal Diavolo, che cantava:

liru, liru, liru

....tepp, tepp ....!

     Un malefizio che si attribuiva alle streghe eran le grandinate, che succedevan d'estate in Valle.  Il manifestarsi della grandine in direzione della Pioda di Crana, indusse la credenza che le streghe di Crana con le famosissime di Valle Onsernone (Ticino), si radunassero all'Alpe Soglio per combinare il terribile flagello da scaraventare su alcune piaghe vigezzine. La virulenza della tempesta, che si forma nella Val di Crana, ha poi dato origine al detto popolare:  cativa cume ina stria da Crana.

     Udii più di una volta raccontare come in alcuni chicchi di grandine furono trovati capelli di famose streghe, blan di strì. Era credenza che, quando le streghe si pettinavano, qualcosa di grave doveva accadere.  Di qui la ripugnanza delle vigezzine a lasciarsi radere capigliatura a titolo di lucro, com'era in uso nell'ultimo scorcio del secolo XVIII. Si riteneva che, se i capelli propri fossero caduti in mano di una strega, li avrebbe usati nelle sue pratiche superstiziose e infami.

     All'avvicinarsi della grandine si suonava e si suona nei paesi una campana, campana, ciocche di strì, e nelle famiglie si brucicchiava in fretta un tizzone benedetto il Sabato Santo, e stando sull'uscio della casa si teneva fumigante in direzione del temporale.

     Intorno agli esorcismi delle streghe, in senso largo scongiùrà i stri, si hanno gustosi fatterelli, prodotti ben inteso dell'eccitata fantasia popolare.

     A Re, nel 1700 circa, al tempo in cui fu sagrestano il noto Pallanzeno, ogni volta che costui si recava sul campanile a sunà da tempesta, veniva dalle streghe paralizzato nelle braccia da non poterle più muovere.

     A Malesco si ricorda ancora che quando si sonava la solita campana per i temporali, si udiva un roco e disperato grido di streghe: pover nui, i sunnen la ciocche Mèrie!  Era unfatti una campana dedicata alla Madonna.

     Colui che si accingeva agli scongiuri, finiva quasi sempre per esser vittima di gravi malanni.  Si racconta che il cappellano Guerra di Dissimo andò una volta all'alpe Rovina per scongiurare alcuni stregoni d'Onsernone. Ma siccome la loro potenza malefica era smisurata, ebbe il sopravvento sulla persona del cappellano, che fu leso nella parola e agitato da una convulsione nervosa per tutta la vita; questa la credenza popolare , che attribuiva virtù speciali contro le streghe al buon cappellano.

     Si diceva anche che il Vicario Garbagni di Vocogno era stato gravemente offeso dalle streghe; e che negli scongiuri veniva sempre tenuto da due robusti uomini per non essere invaso dalla potenza malefica avversaria.  Il fatto non ha fondamento; ed in conclusione è provato oggi che le streghe non eran che dei mariuoli degenerati d'ambo i sessi, che appoggiati all'ignoranza e suggestione popolare, commettevano le più inverosimili stranezze e bestialità.

indice  

VAINA

 

     E' una graziosa bambina simbolica creata dalla fantasia del popolo, quale spauracchio ai fanciulli che non si trovano in casa al suono dell' "Ave Maria" della sera.

     La bimba fasciata di bende va rotolando per vie e sentieri emettendo flebili vagiti da cui il nome vaina. Quando vede un fanciullo si appressa, quasi chiedendo pietà del suo infelicissimo stato di bimba derelitta, e tenta di passare rotolando tra una gamba e l'altra.  Se il fanciullo o la fanciulla non riescono ad incrociare le gambe, la vaina passa e rimane liberata, e il disgraziato assume le fasciature e la voce di vaina, e non sarà liberato fintanto che  trovi altro imprudente o disobbediente, che esce di casa a notte alta.

     Secondo un'altra versione (Re, Villette ecc.) se il fanciullo o la fanciulla  non riescono ad incrociare le gambe, muiono improvvisamente, e la vaina per quella notte cessa ogni lamento.

     A Malesco la storia della vaina ha un'origine pietosa. Un'avvenente giovane, povera, veniva ingannata da un signorotto prepotente, e vigliaccamente precipitata in un burrone au Rial da la Grunda, sul versante sud della costa di Faedo, proprio di fronte a Malesco. La povera donna si salvò per miracolo, e in fondo al precipizio mise alla luce una graziosissima bambina. Di giorno stava nascosta in uno speco del burrone, e di notte usciva guardinga a lavare i miseri pannolini della sua creaturina, e li distendeva ad asciugare sulle brulle rocce.  Intanto la bambina fasciata, vaina, vagolava nell'ombra della notte, supplicando pace e pane per lei vittima innocente e per la infelice madre, tradita in quanto vi è di più sacro sulla terra per una donna: onore e maternità.

indice                                                                                                          

SERPENTI E RETTILI FAVOLOSI

 

     Credenza comunissima in tutta la Valle. Nella località Giavina de la Bisàa, di fronte a Re-Folsogno, si vede d'estate un grosso serpente, sarpent de la cestra, con quattro alette e cresta rossa, non più lungo di 50 centimetri.  Se si passa in detta località e si è visti dal serpe, si resta offesi nella memoria e non si trova più il bandolo della strada su cui si era incamminati, prima che il rettile si sia ritirato.  Se poi il serpente dovesse mordere la  morte sarebbe istantanea.

     Sui monti di Malesco trovasi la Spersuria, serpe temutissimo dagli alpigiani.  Paralizza col suo veleno le vacche e le capre e poi si nutre del loro latte succhiandolo dalle poppe.  Se si è veduti dal serpe prima di vederlo, si perde improvvisamente la favella.

     Sotto Dissimo ove dicesi  in la Costa, esisterebbero lunghi serpi, sottili nel corpo, con testa quadrangolare e due occhiaje smisurate, sarpent da jugiài.  Sono velenosissimi, e se visti da una donna in stato interessante le producono istantaneamente la morte del feto o, almeno, una deformazione belluina di esso.

     Nella località Cailina di Villette si dicono esistere serpenti che col loro sibilo incantano gli uccelli e, talvolta, bestie grosse e l'uomo.

     Ricordiamo anche il serpente gatto, di forme e fattezze di un rossiccio gatto con occhi di bragia, che si vede d'estate nelle vicinanze di Albogno.  Sarebbe pericolosissimo.

     Ai rettili velenosi è da aggiungere qualche anfibio come la salamandra, lisariola, e il rospo,  sciàtt,  zàt,  babi. La tradizione (a S. Silvestro per esempio), fantastica, che se si è morsicati da una salamandra, per guarire ci vogliono tanti medici quante sono le macchie giallastre che l'innocuo anfibio porta sulla schiena.  Si vuole velenoso anche il rospo, che, all'infuori di qualche spruzzo acre in difesa della sua pelle, è animale innocuo e nel suo genere utile e perfetto.

     Un solo rettile ha potere di fugare i serpenti: il ramarro comune,  gèzz,  lisért.  E' tradizione vigezzina che quando s'incontra in campagna un ramarro vuol dire di star in guardia, che a pochi passi v'è un serpente, o almeno un rettile velenoso.  Se il rettile mordesse in presenza d'un ramarro il veleno non avrebbe alcun effetto.

     E' proprio vero che la credulità è fede senza ragione!

indice    

UCCELLI DI CATTIVO AUGURIO

 

     Ricordiamo il gufo e la civetta.  Il gufo di monte,  jòjò,  cul da jéi, emette un lamento speciale nei cambiamenti di tempo, e sopratutto di tempo cattivo. Orbene, questo fatto naturale ha dato motivo di credere che il canto flebile  e innocuo del gufo sia lamento o rampogna di un trapassato a' suoi parenti viventi.  Era delitto pertanto scherzare un gufo imitandone il canto, onde il detto:

A scherzà u jòjò

As maltrata o mòrt

     Il canto insistente della civetta,  ciuèta,  ciuich, sciuèta, è invece pronostico che qualcuno in paese debba tosto morire. Quando poi la notturna schiamazzatrice si posa sul tetto, o meglio sul ballatoio di una casa, nella notte stessa qualcuno di essa passerà al Creatore.  Se alcuno ha l'ardire di scherzare una civetta, questa invita tutte le compagne del vicinato e con esse impreca la maledizione sul capo del'insultatore, che non andrà a lungo impunito. 

indice                                                                                  

FUOCHI FATUI

 

    Le innocue fiammelle che si sviluppano per una combimazione gasosa con l'ossigeno dell'aria nei cimiteri, o dal residuo di corpi organici in dissoluzione, sono credute emanazioni dell'anime dei trapassati.

    L'apparizione dei fuochi fatui,  ciarit di mòrt, indica che qualcuno della nostra famiglia non è ancor giunto all'estremo riposo e abbisogna delle nostre preghiere.  Un'altra tradizione vuole che i ciarit di mòrt siano anime vaganti sulla terra in espiazione delle loro colpe.

indice                                                                                                         

DIAVOLO

 

     Questo genio del male ha pur il suo dominio nella fantasia del popolo vigezzino.  Diàul,  Barlich, Ciapin, cul dai còrn, cul dai curnìs, sono i termini con cui vien chiamato il Diavolo.  Abbiamo vari detti locali a questo riguardo, come:  Ul diaul cu'd porta via - U ciapin cu'd strisa via - Nègar cume'n ciapin - Va a cà dul diaul - Barlich l'èl té soci - L'è pissèi maledet du diaul - L'èn diaul drizompei - L'è ina buna diaula - L'au diaul adoss - Dàas sém al Signur e sém au Diaul - A  scherzàa cun u diaul as lassa la cuva - La farina du diaul la va tùta in crùsca - I  fèman in san ina pissei ch'eun diaul - L'al diaul si la spala dricia, ecc. 

indice                                                                                                  

EVOCAZIONI D'OLTRETOMBA

 

     Con la frase generica  us sènt, si sogliono indicare in Vigezzo le apparizioni delle ombre dei morti.

     Nelle notti calme d'estate, quando tutto è silenzio e non si ode che il canto lugubre dei gufi di monte, che nidificano nei crepacci della Fracchia, un lamento straziante di donna ci commove sin alle lacrime. Povar mé bambin ....u gnirà 'l di dul Gidizzi!, è il lamento angoscioso, secolare, che esce da un antro della valletta selvaggia che sta a sud della chiesa di  S. Maria Maggiore !

     La povera innocente, che stava per divenir madre, Domenica N., in un accesso di gelosia del marito, Giov. Battista Mellerio, detto il Mozio, morto nel 1667, era da lui tagliata a pezzi, posta in un sacco e, nelle tenebre della turbinosa notte di luglio, nascosta in una tana di volpi nella valletta ricordata, che la tradizione popolare di S. Maria e Crana chiamò poi Val dul Mòcc.

     E la vittima della brutalità di un uomo, non avendo potuto riabilitare sè e la sua creaturina innocente, invoca nei secoli la giustizia di Dio nel

Giudizio Universale !

* * *

     Una controversia territoriale era sorta nel medioevo tra i comuni di Dissimo e di Folsogno. Mancando documenti scritti si dovè ricorrere all'arbitrato di un vecchio nonagenario, soprannominato Brajun dal Chiciun.

     Nativo di Folsogno, trovò uno stratagemma, o meglio una restrizione mentale illecita per aggiudicare alla sua patria il territorio in questione.  Mise segretamente nelle scarpe, cauzè, un pugno di terra fina, poi si portò sul luogo di contestazione e giurò:  la tera  ca jò sut i pèi l' è taratòri da Fusògn, e ivi furono piantati i termini.

     Ma siccome rubare é delitto davanti a Dio, il vecchio spergiuro, dopo una morte violenta, dovè espiare il suo peccato. Ul brajun dal Chiciun si vede ora di notte a cavalcioni del ponte dei Mulini, sulla strada di Dissimo; e quando si avvicina qualcuno si precipita giù dal ponte emettendo un urlo feroce, avvolto da una colonna di fuoco e, seguito da numerosi lumicini, fugge lungo il torrente Ri, che avrebbe dovuto separare i territori di Dissimo e Folsogno.

* * *

        Alcune sere d'autunno, nelle vicinanze di Scarpiola, sul sentiero ponte di Cotredo-Zornasco, si ode un coro di voci umane, che va dai più patetici toni in minore alla più alta espressione cui possa giungere voce umana. E' il consiglio d'anime belle erranti, che nelle tiepide sere d'autunno rimpiangono la vita spesa in quisquiglie e vanità

     La leggenda credo si debba alla fantasia delle brave donne di Malesco, che temevano le pioggie e l'esito dei loro bucati autunnali.

* * *

     S. Bernardo da Mentone, il fondatore dell'Ospizio del Gran San Bernardo, era morto di febbre maligna a Novara e ivi sepolto nel 1008. Zornasco lo volle suo patrono, ed ottenne un osso del corpo del Santo.  Nessuno mai però lo vide, ed è tradizione comune a Zornasco che l'osso misterioso al calar del sole del 15 giugno, festa del Santo, passi di casa in casa, restandovi un anno per famiglia. 

 

    pagina precedente                                                                            indice                                                                               pagina successiva