5) FESTE E USANZE PARTICOLARI
FESTE RELIGIOSE
Se in Valle Vigezzo non si avvera la grandiosità e lo sfarzo del culto esterno, che osserviamo in altre regioni alpine, nondimeno le sue manifestazioni religiose riescono sempre ordinate e non prive d'interesse.
Vigezzo ebbe sempre un culto particolarissimo per la Madonna di Re, il cui Santuario fu sempre il centro collettivo del cuor vigezzino in tutte le sue manifestazioni di gioia e di dolore. Per brevità di spazio ricordo solamente la processione votiva fatta dai Consoli e dalla popolazione della Valle, in occasione della loro liberazione dai fuorusciti della Rivoluzione Francese, 21 settembre 1773. Precedute dal gonfalone della parrocchia, dalle ragazze, dalle consorelle con velo bianco o violaceo, drapéi, vél, patìsc, sciacò, dalle priore o cantatrici, dai confratelli in tonache viola o bianche àbat, con mantellette rosse, e, infine, dal clero, si recano salmodiando ai piedi della Vergine del Sangue. A Re si fa un piccolo asciolvere, si compera qualche ricordo di circostanza, e, dopo le funzioni in chiesa, alla triplice invocazione secolare e popolarissima alla Vergine
Sancta Maria ad Sanguinem ora pro nobis
si ritorna al proprio paese.
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La notte di Natale, Natal, Dinàal, dopo di essersi ben scaldati al "ceppo di Natale" cich dul Bambin, si va alla messa solenne della mezzanotte. Le giovani dopo la funzione tornando alle loro case cantano la ninna-nanna:
Dormi, dormi, bel Bambin - Re divin - Dormi, dormi, fantolin: ecc.
I ragazzi d'ambo i sessi attendono con ansia Natale, par met fora ul tund presso i parenti, padrini, madrine, ecc.; e la vigilia non dimenticano di portare il loro piatto sul davanzale delle finestre o sul ballatojo, lobia, sempre però all'aperto, in modo che il Bambino nel suo misterioso passaggio possa scorgerlo e colmarlo di doni più o men ricchi......., sempre però in proporzione della possibilità economica dei donatori. E' un'illusione infantile e poetica che non dovrebbe così presto essere soffocata da freddo scetticismo ispirato dagli stessi genitori! E' una cosuccia cara, un episodio di fanciullezza, che, nella dura esperienza della vita, può essere di soave ricordo e di conforto! Tale usanza vigeva pure nella festa dell'Epifania, Pasquèta, con la variante che allora erano i Re Magi, Tri Re, che portavano i loro doni dall'Oriente.
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Festa popolare assai era anche il "Corpus Domini". Si andava a gara nell'addobbo nelle vie per cui doveva passare la solenne processione. Eran coperte di seta, quèrt ad seda, di filugello, frisél; fazzoletti da testa di bel effetto, panet da damasch; lenzuola con monogrammi e pizzo, lanzéi da spùus, ecc., che ornavano le vie e le pareti delle case. In questa gara si distinguevano le giovani che a guisa della lumaca, mettevan in vista tutta la loro dote e abilità ricamatoria. Durante la processione è tradizione antichissima di presentare al passaggio del Santissimo i fanciulletti perchè sian benedetti. Quest'uso gentile ha fondamento evangelico nelle parole del Salvatore: Sinite pargulos venire ad me.... et complexans eos, et imponens manus super illos, benedicebat eos (S. Marco, X,14-16), "Lasciate venir a me i fanciulli ...... e abbracciatili e imposte loro le mani, li benediceva".
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In Valle si venera con devozione speciale S. Rocco, protettore contro le malattie contagiose; S. Antonio Abate, protettore degli animali, e S. Antonio da Padova.
La festa di S. Antonio Abate, S. Antuni dal pòrch o dau ciuchin, vengono bardati e ornati di camapnelli i cavalli, e da cavalieri, pure fioriti, condotti alle porte della Chiesa a ricevere la benediziun ad S. Antuni.
La divozione a S. Antonio da Padova vi è pure popolare, e non di rado...... sentimentale se la consideriamo alla stregua della fantasia muliebre, che chiama il Santo "facitor di matrimoni", per cui l'invocazione:
S. Antuni generùus
Fém truvà in bel spùus
Anticamente però non era così. Le giovani che avean rifiutato cento partiti per rimaner zitellone, e che anche in Vigezzo, quantunque ottuagenarie, sono chiamate matagn, di solito, prima di morire si ricordavano di S. Antonio da Padova. Una Domenica Rossi da S. Maria, nel suo testamento del 1649, rogato Balconi, "lasciava a S. Antonio de Bitogno la sua mezzalana quasi nova".
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Vanno gradatamente sparendo le antiche tradizioni alle feste patronali locali, ch'eran sempre precedute la sera della vigilia dai falò sui monti soprastanti. Rimane ancora alquanto scialbo il falò, una volta classico, della vigilia dell'Assunzione a S. Maria Maggiore, che si brucia nei prati della Chiesa, in modo da esser visto da tutti i paesi della conca superiore vigezzina. Anticamente i comuni di Craveggia, Vocogno, Toceno, Buttogno, Druogno e Albogno, appartenenti all'unica parrocchia di S. Maria, preparavano sulle loro alture moltissimi falò, che facean corona al falò principale di S. Maria, la vigilia dell'Assunta.
E' ancor pratica di far il falò in settembre, alla vigilia di scendere al piano col bestiame, scarià j'alp. Il combustibile vien preparato dai giovani, che s'incaricano pure d'attizzarne il fuoco e dirigerne lo sviluppo; mentre le ragazze in coro cantano a pieni polmoni canzoni popolari, che si ripercotono cupamente nel mistero della notte. Al termine d'ogni canzone le giovani chi dan si da prim emettono i caratteristici trilli di richiamo (omissis) che si effondono nel silenzio delle tenebre, finchè non giunge la risposta dalle compagne situate negli alpi vicini. Se poi c'è rivalità di campanile, o, quel ch'è più facile d'influenza.... fra ragazze, allora la risposta nel tono e nella cadenza dell'invito è: Ina turta in buca ti. Questo era il segno d'un invettiva scambievole di improperi registrati in alcun vocabolario, e che noi tralasciamo per non incappar nelle maglie della legge Luzzatti sulla pubblica moralità.
BATTESIMI
Ul guazz e la guazza, padrino e madrina, si scelgono tra parenti prossimi, prim parént, o amici e conoscenti. Il neonato, bambin, matascin, vien composto con cura dalla madrina sovra un guanciale, cussin, coperto di veli. Se la distanza dalla Chiesa é minima, la madrina regge sulle braccia il battezzando; altrimenti il bambinello vien posto in una cuna, cravèt, china. E' poi tradizione che il pargoletto debba piangere quando riceve il sale di rito del sacerdote: allora è certo che avrà lunga vita e non sarà un povero....... di spirito, giusta il detto: as vèg propi, ch'èl prèv u nèva pi 'd sal cant u ta battezòo ti, chi sei vèid cum'eina zica.
Uno studio speciale si usa per nascondere il cappello del padrino durante la cerimonia del battesimo; e quando vi si riesce il padrino é tenuto a pagare unas pinta di vino se vuol riavere il cappello.
Ul guazz e la guazza hanno poi l'obbligo verso i figliocci, fiòzz, fiézz, di comperar loro qualche ricordo, di ospitare il "piatto di Natale"; e i figliocci quando contraggono matrimonio si fan sempre un dovere d'invitare i loro padrini.
MATRIMONI
Quando un giovane si vede ornato "dell'onor del mento", e si dimostra preoccupato del sesso gentile, si dice: u varda si l'ass dul furmagg, oppure, u varda a marenda.
Il primo detto ha fondamento storico nel fatto che i genitori che avevan la...... consolazione di una o più ragazze da marito, nella stagione estiva sugli alpi, mettevan da parte sopra assicelle separate alcuni furmagin o sprassin, che dovean servire di dote alla futura sposa. Narra dunque la leggenda, che un baldo giovine di Craveggia, si recava di frequente dall'alpe Piedella di Craveggia all'alpe Rovina per trovare una rubiconda alpigiana di Dissimo. Un bel giorno però invece della ragazza nella casèra vi trovò il di lei padre. Seccato dell'incidente, o forse più positivo che conquiso dai ragionamenti del futuro suocero, sbadigliava e a quando sbirciava sull'assicella su cui stavano ben ordinate formagelle, dote della fanciulla. Congedatosi il giovine, torna la ragazza a cui il padre racconta la visita d'in maledetu galùpun da Cravegia cu vardava sù l'ass du sprassin. Va sans dire, che allora i giovani erano assai più di buona bocca dei nostri e l'idillio pastorale aveva nell'autunno il suo epilogo: un Del Cotto di Craveggia sposava una Buffonetti di Dissimo.
I genitori previdenti del collocamento delle proprie figlie solevano invitar il giovine cui varda la su fiola a mangia le castagne arrostite, dette perciò brascarioi di spùùs. Se accettava voleva dire che l'amo non era stato gettato invano; e la giovine non perdeva l'occasione d'invitare a sua volta il futuro sposo a mangiar il fior di latte sbattuto, grassa 'd la spusa.
In qualche paese, a Villette per esempio, quando si viene a conoscenza che dui is parlan, le ragazze, fangèll, di nottetempo spargono della segatura di legno tra l'abitazione dei due presunti fidanzati............. perchè non perdan l'aria.
A uno scambio di piccoli doni, al rubamento del fazzoletto da testa della ragazza da parte del giovine, o del cappello a questi dalla giovine fatto sempre con violenza un po' barbara sulla pubblica via, avviene il fidanzamento, dàas la parola, fa la prumessa in presenza dei genitori della sposa. Si va quindi a fa la prumessa dal prèv e fas crià 'n Giesa. Poscia si va a Domodossola a crumpà i regai e ul ras da spusa. Qualche giorno prima del matrimonio gli sposi accompagnati da due parenti o conoscenti i van a dà via i brot, che consistevano fino ad una ventina di anni fa in nocciole, nicioi di spùùs, e noci, nùùs.
Se i fidanzati hanno già visto le ottocento lune; o v'è disparità grande di età, di fattezze; o si tratta di due vedovi già con mezza gamba nella fossa. si organizza in paese un imponente concerto a suon di tol dal petroli, ciuchitt, raànz, padèll, chérn di càvar, culàn di vach, ecc. per rallegrare i baldi sposini. Talvolta la cosa diventa così diuturna e seccante ch'è necessario l'intervento della pubblica forza.
A S. Silvestro vige ancora la consuetudine di sbarrare, scesà, con travi, ecc., lo sposo, che non può raggiungere la compagna se prima non ha rimosso l'ostacolo.
E' singolare la consuetudine degli sposi di Crana, che terminata la funzione religiosa, si alzano contemporaneamente dall'inginocchiatoio e spengono le due candele che vi stanno davanti. Se i due sposi riescono a spegnere insieme le due candele, vuol dire morranno quasi contemporaneamente; se invece uno la spegne prima dell'altro, significa che la sua morte sarà molto prima.
Dopo le funzioni in chiesa, lo sposo dà il braccio alla compagna, e in comitiva si torna a casa pel pranzo nuziale, disnàa di spùùs. V'è consuetudine durante il pranzo di appendere di soppiatto il mestolo, cazùl,usato per la tavola degli sposi, sulle vesti delle giovani o vedove, che si sposeranno al più presto. E' segno di buon augurio. Terminato il pranzo si fanno dagli invitati complimenti e auguri, come:
Buna furtùna
Da chi nov mis la cùna!
Poscia al suono dei violini si fa una modesta allegria, festin di spùùs, mentre le giovani più birichine trovano sempre il tempo di penetrare in la cambra di spùùs per allacciare le lenzuola, fau sach, in modo così magistrale da far poi perdere la testa e la pazienza ai novelli sposi.
Ufficio dei parenti prossimi è di assistere in malattia i loro cari. Avvenuta la morte, il cadavere vien vestito, le mani s'incrociano sul petto con un crocifisso e, nelle notti precedenti ai funerali, è sorvegliato da due o più persone coraggiose, di solito ben provviste di viatico e di spirito......... di vino.
E' costumanza di recitare in casa del morto, la sera, il Rosario per l'anima del trapassato. Nelle famiglie benestanti, la sera prima dei funerali, e anche dopo, si fa una distribuzione di riso e pane di segale. I ragazzi, di solito, dopo i funerali ricevono la tradizionale mica. Il sale vien distribuito più comunemente negli uffici funebri di trigesima o anniversari.
I parenti prossimi assistono alla levata del cadavere dall'abitazione, pongono i fazzoletti di damasco o di cotone. e portano alla chiesa una o più pezze , parè, di tela di canapa, tela da cà.
In alcuni paesi, Malesco per esempio, dopo i funerali i parenti si radunano in casa del defunto e mangiano un piatto di pasta arrostita.
Anticamente si faceva cuocere un ampio caldaio di riso e latte, che veniva distribuito ai poveri che si presentavano alla porta dopo i funerali. Si portava il rimanente alle famiglie povere e veniva chiamato ris e lacc di mòrt.
Se il morto era un bambino, angiulin, angélin, le giovani del paese adornavano vagamente la piccola cassa con pizzi e fiori, e il corpicino sulla testa di una giovine veniva portato alla chiesa. Se non era più possibile reggerlo sulla testa, veniva portato a mano da quattro compagni o compagne. Terminato il funeralino le giovani che avevan preso parte all'addobbo, ecc., venivano invitate dai parenti del morticino a far una modesta merendola.
FUNERALI
Ufficio dei parenti prossimi è di assistere in malattia i loro cari. Avvenuta la morte, il cadavere vien vestito, le mani s'incrociano sul petto con un crocifisso e, nelle notti precedenti ai funerali, è sorvegliato da due o più persone coraggiose, di solito ben provviste di viatico e di spirito......... di vino.
E' costumanza di recitare in casa del morto, la sera, il Rosario per l'anima del trapassato. Nelle famiglie benestanti, la sera prima dei funerali, e anche dopo, si fa una distribuzione di riso e pane di segale. I ragazzi, di solito, dopo i funerali ricevono la tradizionale mica. Il sale vien distribuito più comunemente negli uffici funebri di trigesima o anniversari.
I parenti prossimi assistono alla levata del cadavere dall'abitazione, pongono i fazzoletti di damasco o di cotone. e portano alla chiesa una o più pezze , parè, di tela di canapa, tela da cà.
In alcuni paesi, Malesco per esempio, dopo i funerali i parenti si radunano in casa del defunto e mangiano un piatto di pasta arrostita.
Anticamente si faceva cuocere un ampio caldaio di riso e latte, che veniva distribuito ai poveri che si presentavano alla porta dopo i funerali. Si portava il rimanente alle famiglie povere e veniva chiamato ris e lacc di mòrt.
Se il morto era un bambino, angiulin, angélin, le giovani del paese adornavano vagamente la piccola cassa con pizzi e fiori, e il corpicino sulla testa di una giovine veniva portato alla chiesa. Se non era più possibile reggerlo sulla testa, veniva portato a mano da quattro compagni o compagne. Terminato il funeralino le giovani che avevan preso parte all'addobbo, ecc., venivano invitate dai parenti del morticino a far una modesta merendola.
RITROVI SERALI
Nelle lunghe sere d'inverno i Vigezzini si radunano in locali speciali, stùv, riscaldati da un ampio fornello di serpentino, laugera. L'ambiente, fino a non molti anni fa, veniva rischiarato dalla luce rossastra di lumicini a olio, lùm o cazola.
Le donne eran di solito occupate a filare canapa cànul con un filatojo a volante con pedale, filariòl. Le più anziane usavano invece il fuso, fùs. La materia da filare, stupa, oura, veniva attorcigliata ad un bastoncino, ruca. Alcune di codeste ruche vagamente intarsiate e colorate, eran dono del fidanzato.
Le comari più attempate e linguacciute che non hanno più biasogno di raccomandarsi a S. Antonio per un partito, si divertono a tirar l'oroscopo sulle giovani del paese. Prendono il residuo di stoppa che rimane sulla rocca, l'arrotolano formandone due pupazzetti, che pongono in piedi uno di rincontro all'altro, segnandoli col nome di un giovine e di una ragazza del paese. Vi appiccano in mezzo il fuoco e ne sanno trarre il pianeta. Se i fantoccini, pupit, sposo e sposa, bruciando cadono battendo insieme, il matrimonio si effettuerà e sarà felice: se uno cade prima da una parte e vien seguito dall'altro, vuol dire che uno degli sposi non amerà l'altro; se, infine, cadono uno da una parte e l'altro dall'altra, il matrimonio andrà a monte.
Non manca mai nei ritrovi serali il cantastorie, e per lo più è un uomo vecchio o una donna. Si tramandano di generazione in generazione e riguardano soggetti romantici, cavallereschi, visioni di streghe, rapimenti, castelli incantati, ecc. Il fondo di codeste leggende è identico a quello delle altre popolazioni alpine del Canton Ticino e dell'Ossola.
E' poi diffusa l'abitudine di chiassose mascherate, che visitano i ritrovi serali, accompagnate da qualche strumento musicale. Appena cominciato il suono le maschere, a guisa dei Sabini che piombarono sulle donzelle romane, si slanciano sulla preda adocchiata, e a viva forza la spingono a ballare, o meglio a saltare in una ridda vorticosa e pazza. Terminata la sonata, le donne tornano al loro posto di lavoro, e i cavalieri salutano, e vanno a ripeter le gesta in altro luogo. Quasi sempre però le ragazze si trovano mancare il fazzoletto da testa o altro indumento, che viene poi scrupolosamente restituito a domicilio nel giorno seguente.
Nei giorni festivi nelle stufe si gioca comunemente dall'intera brigata alla tombola, lot, tumbula, mettendo un centesimo per posta. Di solito, prima di separarsi, - così almeno in passato -, si dice il Rosario. A questo riguardo si nota, che quando si voleva allontanare dalla stùva qualche sciolo bell'imbusto, vuoto di spirito, vòid, come argutamente è chiamato dalle ragazze vigezzine, si anticipava il Rosario e........ l'effetto era immediato!
BALLI TRADIZIONALI
Costituivan pei nostri vecchi uno dei più caratteristici divertimenti; poiché essi sapevan divertirsi onestamente a tempo debito e far giudizio il restante dell'anno. Perduto il vero concetto del divertimento carnevalesco per il ballonzolar continuo di tutto l'anno, anche i balli tradizionali andarono perdendosi.
I pubblici festini, féstitt, erano organizzati militarmente, e nella loro formazione e chiassosità ne rivelano la loro origine spagnolesca. Varie persone di un paese si costituivano in compagnia, soci dul fèstin, ch'era formata dal generalissimo, da due o più generali, dal capitano delle maschere, dal tenente, dai matuzit e dal trapula.
Il generalissimo, cumandant dul féstin, portava un largo nastro, bindél, a colori, e due a tracolla incrociantesi con ricchi fiocchi scendenti sui fianchi e fasce larghe ai calzoni. Era il vero capo della festa, e veniva assistito da due paggi in costume.
I generali, generai, portavano una sola fascia da destra a sinistra, e costituivan lo stato maggiore del generalissimo, sostituendolo nella sua assenza.
Al capitano delle maschere, capitani di mascar, spettava la sorveglianza della festa. Riceveva, attorniato dai matuzit, gli avventori all'ingresso, ne controllava la serietà e l'ammissione. Vestiva giubba rossa o verde, calzoni bianchi con striscia oro, cappello a cilindro con nastri ondeggianti sulle spalle a colori sgargianti. In mano teneva una bacchetta fasciata a colori in segno di comando.
Il tenente, tenènt, assegnava l'ordine dei balli dedicati al generalissimo, ai soci della compagnia, alle ballerine, balarin, e al pubblico partecipante alla festa, squadar. Portava al cappello un largo nastro, e una fascia sulla spalla da destra a sinistra con piccolo nastro a rosa o coccarda sul petto. Il tenente sceglieva maliziosamente la ballerina e con essa compiva un giro; poi la presentava con un inchino al ballerino, il quale aveva diritto di fare tre giri solo con la ballerina. Il capitano delle maschere e i matuzit seguivano la copia danzante gridando: furtùna a la bela copia, viva N.N.!
Agli ordini del tenente stava ul trapulin, ch'era il vero buffone della festa. Portava cappello tricornuto con codino, ornato di fiori, da sembrar un "asino fiorito", brache, brai, a listerelle variopinte e sonagli alle calcagna. Teneva in mano una verga mezzo fasciata, e nella parte superiore scagliata, che produceva un suono di nacchera da ricordare il serpente a sonagli. Era chiamato bastun dul castij, poiché si dava in mano a coloro ch'eran colti in fallo e multati di condanna.
La sala da ballo, di solito un solajo un po' ampio, veniva addobbata con coperte, fazzoletti e festoni. In un angolo era il palco per i sonatori di violini, di cui i Vigezzini furono sempre amanti. Da un lato stavano le ballerine vestite nei magnifici lor costumi tradizionali, frangiati sul seno di oro e argento. Ad evitar questioni, la ballerina non poteva rifiutar colui che la sceglieva per il ballo; se lo faceva, per quel ballo dovea in penitenza restar al suo posto. Di fronte alle ballerine era il pubblico, squadar.
Le maschere, che entravano nella sala da ballo venivan ricevute dal capitano; facevan tre balli, poi dovean uscire o togliersi la maschera pagando l'entrata.
Ai balli comuni sono da aggiungere i balli speciali che si facevano prima di terminare la festa.
a) Bal di balarin. Al primo tocco d'archetto dei violini, le ballerine si slanciavano con disinvoltura sul banco del pubblico, scegliendo la persona preferita, colla quale facevano l'intero ballo.
b) Bal di squadar. E' l'inverso del precedente, e vien iniziato direttamente dal pubblico, senza l'intromissione del tenente.
c) Bal du Trapulin. E' indubbiamente il più bello quando trapulin e balarina sapean farlo con gusto e interpretazione. Trapula con la ballerina scelta ballavan soli, rappresentando con gesti comici, contorcimenti, furie, preghiere, le vicende di sposi gelosi, ecc. Quando la rappresentazione era finita ballavan tutti in una esplosione di gioia generale.
d) Bal du matuzit o matuzinàa. I matuzit ordinavano i danzanti due per due su due file. A un suono determinato si cominciava a procedere a passo; poi le due coppie di testa formate dai matuzit ripriegavano ad arco verso il centro, e così di seguito con un intreccio geometrico di giri, che variava da paese a paese. Era ballo difficile, e il più delle volte, - poiché si faceva alla mattina prima di terminar la festa, quando tutti avean gli occhi gonfi di sonno e le gambe stanche, - riusciva una vera babele.
e) Bal 'd la cundana. Così chiamato perché il ballerino che veniva colto a baciar la compagna era preso alla berlina e doveva prendere dal trapula ul bastun dul castij e portarlo sin alla fine del ballo. Era poi tenuto a pagare una pinta di vino o una data somma di danaro alla compagnia del ballo; ma aveva il diritto di far i primi tre giri del ballo seguente, solo con la ballerina. Questo ballo degenerò in un vero mercimonio e sfruttamento della ballerina, onde giustamente fu da vari anni vietato dall'autorità giudiziaria in tutta la Valle Vigezzo..
Le feste da ballo come le abbiamo descritte rivestivano un vero carattere famigliare, a cui prendevan parte tutti i membri della famiglia. A mezzanotte si faceva una cenetta, pùus cena con risot e runditt corroborati da frizzante vino dell'Ossola. Al suono dul campanun cu spagna quaresma da carnuval, e chiama l'uomo a penitenza, cessavano i suoni e si faceva sul serio la quaresima.
COSTUMI TRADIZIONALI
La caratteristica di tutti i costumi alpini é sempre stato il vestito corto e sgombro di fronzoli inutili.
Il più antico costume vigezzino da uomo che ci è dato ricordare lo desumiamo da una antica tavola di proprietà del signor Paolo Borgnis di S. Maria Maggiore.
Non è altro che una trasformazione del costume spagnolesco: berretto con piuma, giubbotto intero, allacciato sul petto, calzoni neri di panno, corti, annodati ai polpacci delle gambe con due bottoni di madreperla, calze bianche e pianelle di bulgaro ai piedi.
In Vigezzo abbiamo non pochi saggi di codesto costume in affreschi del 500, come quelli di S. Rocco a Crana e a Sagrogno, e in quadri votivi della Madonna di Re con devoti, vestiti in costume.
Questo costume che chiameremo primitivo si trasformò poi notevolmente verso la metà del 1600. Cappello a la Don Chisciotte o tricuspidale, barchet; fascia bianca di lana o di seta marrone al collo, fassa da chél; giubbetto, gipun, bianco con due ordini di madreperla o di legni rivestito di seta; frak a coda di rondine o a sette rovesciato, faulina; calzoni corti a ponte levatoio, brai de la patta, di cuoio e più comunemente di mezzalana; calzette nere e calzari bulgaro bassi con fibbie.
I giovani gigan, galùp, matécc, portavano invece una pezzuola colorata al collo e calze bianche senza fibbie. I ragazzi d'ambo i sessi, matacitt e matacett, gugnit e gugnet, tusui, indossavano ul rassin, tonaca nera che copriva tutto il corpo fin sotto ai ginocchi. I giovanetti indossavano poi calzoni alla spagnuola, con aperture ai fianchi, brai dal cùl stciapò, ancora in uso.
Più singolare e anche più ricco era il costume muliebre, in quanto che esso in tutti i tempi è sempre stato un bisogno ed un complemento vero della femminilità.
Nel primo periodo abbiamo le donne in calzoncini corti, larghi, innestati ad un corsetto, corp, marrone o nero, da ricordare la novissima moda delle femmes en jupe-culotte, forse un po' troppo bersagliate. In testa portavano cappelli di felpa a cilindro, mucian, punto estetici. Qualche volta portavano dei cappelli di paglia a larghe tese con bordature in oro, capela. La jupe-culotte delle primitive vigezzine era coperta nella parte posteriore da una mantelletta nera che scendeva fin alla piegatura del ginocchio.
Verso la fine del 1600 osserviamo una trasformazione. Il cilindro di felpa venne sostituito al fazzoletto damasco, damasch, graziosamente annodato alla testa, ed allacciato dietro la nuca per le donne, fèman, e con le cocche sulla spalla destra per le ragazze, matagn, tusai, giuvan, fanègl. Al collo portavano ricche collane di granato, curai, voluttuosamente aggiustate sul collarino increspato, bavariòl. La pettorina era formata dalla biancheta e unita alla gonna, ras o socca che scendeva sino alle caviglie. Sopra portavano un soprabito, patun, legato davanti con un ricco merletto. Il grembiale, scussal, era per lo più nero, a fiori per le ragazze, e vagamente increspato. Le contadine portavano un piccolo drappo, patunin, sulla schiena al posto del patun e della biancheta. Avean pure una sottoveste da lavoro detta rassut, e al collo un fazzoletto di frisél (bava di seta intessuta con cotone). Le scarpette, cauzé, basse, nere, gallonate in oro o argento e le calze, cauz, di seta nera o marrone, bianche per le spose, completavano l'antica toeletta vigezzina.
Quale complemento dobbiamo ancor ricordare le ricche collane di oro o argento, caden da còl, che si ofrivano dal fidanzato alla sposa, e servivano di ornamento al collo e al seno. La biancheta veniva allacciata sul seno da nastri di seta o cordoncini dorati, di vago effetto. Le donne portavano mezzi guanti, manicitt, in lana o seta, come si può vedere ancora in molti ritratti vigezzini del settecento.
Ora questo costume semplice, elegante e snello, è ormai del tutto sparito. Gli uomini hanno lasciato il vecchio costume da circa mezzo secolo. Le donne invece, nella gran maggioranza, vestono ancora, con una certa proprietà che non dispiace, il ras unito al corp con maniche, senza la biancheta; alcune, però, lusingate da una moda il più delle volte barocca, danno un saggio pietoso di goffaggine e segnano un vero regresso nell'arte del vestire, che per tanti secoli fu una privativa indiscussa della donna vigezzina.
Il cav. Giovanni Ponti-Borgnis e sua gentilissima signora, si sono fatti paladini del ripristino dell'antico costume vigezzino, offrendo gratuitamente alle giovani vigezzine interi vestiti foggiati su modelli ora esistenti nel Museo Galletti di Domodossola.
Auguriamo che il nobil intento sia coronato di buon successo, e le buone vigezzine tornino alla desiata semplicità e proprietà di vestito, che in passato fu loro di vanto e d'indiscussa bellezza.
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