USI, COSTUMI E TRADIZIONI POPOLARI
VALLE VIGEZZO
(Saggio di Folkloore) (INDICE)
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La Cartografica
Flli Antonioli Caccini & C.
(da un opuscolo senza data, a firma RIANA, pseudonimo del Sacerdote Giovanni De Maurizi, nato a Re nel 1875, parroco a S.Maria Maggiore, Trontano, Montescheno e Premia, deceduto nel 1939 (vedi "L'Ossola e le sue Valli", III Edizione riveduta e ampliata, a cura di Francesco Zoppis, Libreria Grossi, Domodossola, 1977)
PREFAZIONE
Il profilo maestoso delle Alpi e dei monti bizzarri e frastagliati, che racchiudono in armonioso quadro a calde tinte di un verde smeraldo intenso la bellissima delle Ossolane Valli, dovea pur anche plasmare l'anima vigezzina a forti sensi di vita , poesie e bellezza intrinseca-
E un pallido saggio psicologico di quest'anima vigezzina moritura, - che va fatalmente evoluzionandosi con ò'infiltrazione dell'elemento esotico, con le aberrazioni sciatte e capricciose della moda, con la deturpazione estetica delle sue bellezze naturali -, noi abbiamo tentato di darlo, desumendolo dalla bocca fluente non ancor inquinata del nostro popolo, e dalla collaborazione preziosa di vigezzini autentici, cui mandiamo ogni miglior ringraziamento.
E, nella lacrimata decadenza odierna, ci conforti almen la speranza di una non lontana rinascita a quanto rese per secoli forte, religioso, civile il Popolo Vigezzino.
RIANA
Multa renascentur, quae iam cecidere, cadentque
Quae nunc sunt in honore ..................
(Orazio, Ars Poetica, 70-71)
INDICE:
1) Carattere del popolo Vigezzino 7) Medicina popolare Vigezzina
2) Dialetto 8) Satire e scherzi
3) Abitazioni 9) Cantilene - Filastrocche - Giochi
4) Alimentazione 10) Indovinelli
5) Feste e usanze particolari 11) Invocazioni
A) Feste Religiose 12) Ninne Nanne
C) Matrimoni 14) Proverbi dialettali vigezzini
D) Funerali 15) Calendario popolare - Pronostici del tempo
E) Ritrovi serali 16) Nomignoli dei paesi vigezzini
C) Serpenti e Rettili favolosi
1) CARATTERE DEL POPOLO VIGEZZINO
La terra simili a sé gli abitator produce, e il vigezzino è forte, riflessivo artista e gioviale come il sole che bacia i piccoli paeselli della Valle dolcemente adagiati ad arco in pieno meriggio, altri nella penombra serena di fragrante verzura, o dominanti un più ampio cielo a vedetta della comune libertà.
Di origine celtica, come lo sono la maggior parte dei nomi e località, il popolo vigezzino passò a traverso la civiltà romana e barbaro-medievale, assimilando quanto vi fosse di buono, per formarsi una coscienza propria e indipendente, che con tenacia e virtù conservò sin ai nostri giorni.
Lo spirito di libertà innato nell'uomo e sviluppato in modo particolare nelle popolazioni alpine, è nei vigezzini fortissimo; e non poterono svellerlo dai loro cuori le pressioni dei Romani e Barbari invasori, prima del mille; gl'imperatori di Germania, Visconti, Sforza, Spagnoli, Austriaci e Francesi, dopo il mille.
Ebbero i vigezzini statuti propri per l'amministrazione della giustizia e della cosa pubblica, e, all'infuori di un nominale assegno annuo al Feudatario di Casa Borromeo, non ebbero peso di sorta avente carattere di soggezioni diretta. Questo stato secolare di fatto doveva formare in loro l'animo fiero e insopprimibile di qualunque dominazione, e una forte coscienza di libertà religiosa, morale e civile, fondamento di ogni bene.
2 ) DIALETTO
I rivolgimenti politici anteriori ai Romani, la dominazione di questi e dei Barbari, non lasciarono una traccia sicura dell'origine del loro vernacolo. Da un attento esame morfologico e fonetico, risulta però che il dialetto vigezzino è poco dissimile da quello dell'Ossola e del Canton Ticino, e si avvicina più assai al dialetto lombardo che al piemontese. Non mancano tracce di parole celtiche e barbare, sicuro indizio dei primi abitatori della Valle. Al dialetto fondamentale si aggiunsero poi non pochi spagnolismi e francesismi, che resero il vernacolo vigezzino più dolce e insinuante.
Ora però questo dialetto articolato per secoli dai nostri nonni, a cagione delle nuove esigenze della vita moderna, dell'emigrazione, è diventato un centone a mosaico, e del vecchio ben più poco ci rimane.
E fu un male. In questo breve saggio tenterò di riesumare quanto ho potuto raccogliere dalla viva voce di qualche vecchio e da persone studiose cui sta a cuore quanto può interessare il folkloore vigezzino, come vien chiamato con orribil segno e favella dagli studiosi moderni di indice
3) ABITAZIONI
A parte le questioni delle prime abitazioni montane, di cui non ci riman traccia in Vigezzo, osservo subito che quasi tutte le case ebbero una disposizione architettonica semplice e adatta ai bisogni locali.
Le case d'abitazione agglomerate in un piccolo centro costituivano il pais, paese. Eran però sempre divise in gruppi di famiglie dette cantun, o anche semplicemente cà. Per esempio, Cà 'd Scimun a Santa Maria Maggiore era la dimora delle prime famiglie Simone, poi De Simone, ed ora Simonis.
Il prospetto della facciata era quasi sempre volto a meriggio. Le case più antiche, avevan il pianterreno e un piano superiore, raramente tre piani. Al piano di terra era la cucina, cùsina detta anche più comunemente cà, con ampia caminata in granitone, e pietra da foco, preja. La suppellettile più comune era una credenziera, cradenza, su cui venivan disposti con buon gusto piatti di metallo, péltar, boccaline pel vino, bucai, pint, e le scodelle, scuel, di legno o di terra cotta. Altro locale degno di nota al pianterreno era la stufa, stùva, stiva, che serviva di convegno invernale, ed era riscaldata da speciali fornelli di serpentino, furnéi ad laugera.
Si accedeva al piano superiore per una scala di pietra, o più comunemente di legno. Ivi eran le stanze, càmbar, con lettiere di noce amplissime, patriarcali. Il letto si praparava con un gran sacco di tela, la bissaca, riempito di foglie di faggio, fòi e foi, con guanciali, cussit, e coperte di lana grossolane. Nella stanza da letto non mancavan mai cassapanche, cass di rob, da riporvi la biancheria, e qualche incisione religiosa in rame. Quasi tutte le case a meriggio avevan un ballatoio, lobia, con mensole di legno. Non tutte le case avevano latrina, còmat.
Sopra, stava il sottotegolato, stérni, sulè, con vertice triangolare a sud, che costituisce la caratteristica di non poche case coloniche vigezzine, ancor esistenti a Olgia, Toceno, Craveggia ecc.. Serviva come ripostiglio delle foglie di faggio per lettiere, e per esporre al sole i prodotti locali come fagiuoli, castagne ecc..
Nelle case di maggior conto esisteva anche un forno, furn, per cuocere il pane di segale, pan ad biava, ad seila, pan nejar, e le torte, turt.
Ricordiamo anche la grà, formata di listerelle di legno intrecciate, che si ponevano sotto la cappa dei camini in autunno per riporvi le castagne da essiccare.
E' infine da ricordare l'aia, éria, una volta comune a tutto il paese ed ora abbandonata.
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Degne di nota sono anche le stalle, cassin, cascin, per il bestiame, seminate qua e là nelle belle praterie della valle e sugli alpi. Sono piccoli
edifici rettangolari, coperti di lastroni di pietra, piod. Il pianterreno, debolmente rischiarato da due finestrelle, laterali alla porta, serve per il ricovero del bestiame, che vien fissato con catene, culàn, alla mangiatoia, pràsev. La parte superiore serve per il deposito di fieno e stramaglie.
Sugli alpi sono da considerare le grandi stalle comuni, casun, stalui e le casère. Le prime sono ampie e contengono tutto il bestiame dell'alpe, bogia; le casère invece sono più piccole, hanno cancello di legno, graten, senza serratura. Nella prima parte verso l'entrata, in un angolo si accende il fuoco e si lavora il latte. La parte posteriore, separata da un muricciuolo serve per il deposito del latte, canuin. Immediatamente sopra il deposito del latte un'impalcatura di legno con sopra fieno e stramaglia serve di dormitorio ai poveri alpigiani.
Il latte appena munto si versa in appositi recipienti, missur, padel. Al latte si toglie il fiore, grassa, col cup, e si fa il butirro, bùr, bir, in una zangola cilindrica a movimento verticale, detta dnagia da bir. Il residuo nella lavorazione del burro, lacc da bir, serve ancora per la pulenta sfragajàa o farinela. Il latte scremato si scalda lentamente in una caldaia , cauléria; vi si aggiunge il presame, quacc, si lascia raffreddare; e quando è coagulato si agita energicamente. si raccoglie poi la parte solida, sprés, e la si pone in un cerchio, furma, per averne il formaggio, sprassin. Il residuo si tratta con un acido, maistra, e lo si porta alla quasi ebollizione per raccoglierne il fiore alla superficie, ch'è la ricotta, mascarpa. Ne rimane il siero, scoccia, che si utilizza ancora pei maiali, pòrch, pérch, purscéi, ciù.
4) ALIMENTAZIONE
La natura e configurazione della Valle Vigezzo, nei tempi andati priva di comunicazioni stradali con l'Ossola, Cannobio e Locarno, aveva indotto la popolazione alla produzione intensiva di quei prodotti agricoli necessari alla sostentazione locale, come segala, biava, seila, orzo, orzi, grano saraceno, furmantun, fraina, e, nel secolo XVIII, patate, tartiful, triful, pum de tera, che ora costituiscono una specialità della Valle per la loro squisitezza e ricchezza di fecola.
Ogni comune aveva molini ad acqua, mulit, a sistema arcaico, dove si macinava per turno il grano della popolazione. Annessi ai mulini erano frantoi per l'olio, tércc dall'òli, che si estraeva dalle noci, nùùs, nis, , dalla semente del faggio, bun di faìcc e dal seme, canusa, della canapa. canul, detto perciò òli ad canusa. Quest'ultimo serviva, più che per alimento, per uso illuminazione nelle tradizionali lim, o cazzòl.
Le singole famiglie, almeno una volta al mese, cocevano il pane in forni pubblici o privati. Servendosi di forni privati, si era in obbligo di dare ogni cotta al proprietario del forno un pane di biada di un chilogrammo circa per l'uso del forno. Le ripoliture della madia usata per l'impasto venivano accuratamente raccolte dalle solerti massaie, foggiate a forma di piccole torte, o a pupazzetto, pupin, cogli occhi bocche ed orecchie segnati con la punta dell'indice, e cotte nel forno. Eran queste i crescènz, che costituivano una specie di croccante, e, forse, la miglior ghiottoneria dei fanciulli vigezzini: beata morum simplicitas!
Cibo usatissimo nell'autunno e inverno eran le castagne, castégn, abbondanti in Valle. Si consumavano cotte semplicemente nell'acqua, frù; o arrostite sulle bragie in una padella, brascariola, chiamate perciò brascariòi; o secche e affumicate al calore lento della grà: castégn bianc o da la grà.
Era usanza invitarsi a vicenda a mangiare i brascariòi, inaffiate abbondantemente da vinello locale, strafulun, pusca, che aveva un grado più dell'acqua, o da vino dell'Ossola, frizzante e discreto.
In qualche famiglia vige ancora la consuetudine di cuocere un caldaio, pariél, di castagne, castégn di mòrt o mért, la sera della festa d'Ognissanti. Mentre cuociono le castagne si dice ul Rusari di mòrt, terminato il quale saran pur cotte le castagne, che si distribuiscono in parti eguali ai presenti e defunti della famiglia. Terminata la razione dei vivi si consumano le parti assegnate ai morti, ricordandone le virtù ben inteso ..... e non i vizi, poichè è tradizione che l'anime dei trapassati siano intorno al focolare dei parenti, dal calar del sole d'Ognissanti alla sera dei Morti.
In occasione di solennità, feste patronali, matrimoni, ecc. ogni famiglia preparava un dolce, turta, la cui composizione variava da paese a paese. Comunemente sono formate da un intruglio di latte, zucchero, burro e uova cotte al forno in un tegame di terra. Alcune di queste torte, preparate con cura speciale e distinte da un fiore o segno convenzionale, venivan offerte dalle giovani del paese alla chiesa, nelle feste patronali. Dopo le funzioni, le maliziose donatrici in gruppo, assistono all'incanto e al duello dei giovani nel rilevare a qualunque costo l'offerta riconosciuta della giovane desiata. Di qui la baia ai giovani spennacchiati: la spizza da bun la turta 'd N.N.!
Nelle lunghe serate invernali e sopratutto di carnovale si riunivano allegre comitive per mangià i runditt, chiamati anche con nome d'importazione tedesca stinchéd. Si preparavano con farina di grano saraceno o di frumento, sale e acqua. La pasta veniva distesa su apposita pietra ollare, preja di runditt, leggermente scaldata. Le stiacciate, sfuià risultanti venivano spalmate di burro fresco. Sono eccellenti e di facilissima digestione, se accompagnate da qualche bucalina ad vin da Pél, il più rinomato dell'Ossola. Era consuetudine di preparare i runditt a porte chiuse. Tale costumanza vige ancora a Malesco. Nelle case dov'erano solo donne, si usava dai giovani sforzare la porta onde prender parte alla ghiotta commessazione. Si facevano anche i runditt la sera della festa d'Ognissanti, e per S. Biagio (2 febbraio), dopo di aver benedetto la gola all'altare. Eran questi i runditt di spùùs, che la sposa o aspirante preparava al fidanzato.
Prima che fosse coltivato il granturco, si facevano poltiglie, pùut e polente pùlent di farina o grano saraceno, furmantun, che si consumava col latte. A Coimo, Albogno e Druogno sono ancor in uso, e sono chiamate sighèt.
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