Quando otto giovani della Repubblica di Salò attraversarono la Svizzera via Brissago-Ribellasca
UNO SCHERZO DELLA STORIA CHE SI RIPETE
(da ECO RISVEGLIO OSSOLANO - 27 Ottobre 1994 - N. 40, in occasione del 50° anniversario
della Repubblica dell'Ossola, a firma Luciano Cavalli, nella foto)
Immagino che tutti, nell'Ossola e anche altrove, siano informati dell'inconsueto episodio dei militari svizzeri che hanno cercato di andare dal Vallese al Canton Ticino attraversando l'Italia via Domodossola-Val Vigezzo.
L'episodio ha avuto risalto anche sulle colonne di questo giornale.
Un'allegra e goliardica gaffe compiuta da giovani inesperti e ottimo spunto per i giornalisti di cronaca che, su tutti i giornali, hanno approfittato per ironizzare su "invasione dell'Italia da parte di esercito straniero" e simili. Ma questo curioso episodio mi ha richiamato alla mente, proprio in questo periodo di celebrazione del cinquantesimo anniversario della Repubblica dell'Ossola, un analogo episodio accaduto esattamente cinquant'anni fa (con una approssimazione di pochissimi giorni). Avvenne a parti invertite e con differente soluzione.
Nel settembre/ottobre del 1944 il Comando delle Forze partigiane schierate in Valle Cannobina, a valle di Falmenta, e stabilito a Malesco nell'attuale Casa dei Salesiani, ricevette notizia che un gruppo di otto militari delle Forze contrapposte della Repubblica di Salò intendeva disertare e si aspettava di trattare le modalità dell'operazione. I militari chiedevano sicurezza nell'operazione, sicurezza della propria vita e libertà, ed offrivano in cambio le loro armi in dotazione, cioè otto fucili automatici Beretta (i cosiddetti mitra).
Gli otto Beretta automatici facevano molto gola al Comando partigiano: le armi in genere erano scarse, le armi automatiche poi erano rarissime. Il Beretta inoltre era, nel caso specifico di lotta partigiana, un'arma molto efficace, superata forse solo dal fatidico Sten, più leggero e più maneggevole, ma ancora più raro.
Foto 1 Gli otto militari di Salò inoltre, che poi risultarono essere tutti ragazzi di 18/19 anni, erano stati
arruolati non volontariamente ed era evidente che non avrebbero costituito un pericolo
per le forze partigiane, ma anzi avrebbero potuto essere utili. Se avessero voluto limitarsi alla
diserzione non avrebbero avuto da fare altro che presentarsi al confine svizzero e chiedere
asilo.
Il loro desiderio di consegnare armi molto utili era lodevole. Il Comando passò quindi all'esame
della situazione e venne escluso il trasferimento attraverso la linea di fuoco (Val Cannobina)
perchè troppo pericolosa per tutti. Venne considerata soluzione ideale il trasferimento
attraverso la Svizzera via confini di Brissago-Ponte Ribellasca.
Rimaneva la difficoltà, ovviamente di non lieve conto, dell'attraversamento del territorio
straniero. In periodo di guerra e da parte di militari armati.......
Le approfondite analisi condotte in tal senso, per quanto mi risulta, portarono alla seguente soluzione: i militari dovevano consegnarsi alla frontiera alle Guardie svizzere che li avrebberi disarmati.
Accompagnati a Ponte Ribellasca sarebbero stati rimpatriati previa restituzione delle loro armi. La soluzione proposta soddisfaceva quindi tutti: mancava il parere del Comando svizzero. Non é il caso ora di dilungarmi nei particolari.
E' fatto certo che, per la via citata o per altra via, dopo alcuni giorni gli otto baldi giovani giungevano al Comando partigiano con i loro bravi Beretta. Questi ultimi venivano subito inviati in Valle Cannobina, mentre i giovani erano trattenuti per pochi giorni, per così dire in quarantena, e quindi liberati.
E qui ebbi la prima sorpresa: alcuni erano miei amici o amici di amici, tutti studenti di Novara o del Novarese, uno era addirittura ex-allievo del Liceo Rosmini di Domodossola, tutti comunque si erano appena diplomati o al Liceo classico o a quello scientifico. Naturalmente festeggiammo subito tutti insieme il rinnovato incontro e la felice riuscita dell'operazione.
Ed ecco la conclusione: dopo esattamente 50 anni la storia ha voluto beffarci e si é
sostanzialmente ripetuta. Nell'episodio recente il Comando italiano di frontiera ha preso
certamente la decisione più saggia, e cioè sorvolare sull'incidente e rispedire le reclute
"straniere" a casa propria. Certo, sognando ad occhi aperti, sarebbe stato bello se detto
Comando italiano, alla condizione, del resto assai poco probabile, che fosse a conoscenza
dell'episodio da me narrato, avesse approfittato della situazione per ricambiare la vicina ed
amica Nazionedel favore fattoci 50 anni fa ed avesse accompagnato, disarmate, le giovani
reclute al confine di Ponte Ribellasca. In questo modo avremmo potuto anche noi, una volta
tanto, fare un favore ai nostri vicini, che tanto si prodigarono per sostenere la neonata
Repubblica dell'Ossola.
Mi limiterò a ricordare il treno del 22 settembre carico di viveri e medicinali inviato dalla Croce Rossa Svizzera e l'intensa attività a favore dell'Ossola dell'onorevole Canevascini, Consigliere di Stato Ticinese.
Lascio al lettore di sorprendersi, come me, di questo scherzo della storia che si ripete e del comunque inconsueto caso in questione.
Luciano Cavalli
Foto 1 - Partigiani italiani della divisione Piave durante l'internamento in Svizzera a Neuchatel, inverno 1944/45. Da destra (nomi di battaglia): Moretto (Luciano Cavalli), Virgilio, Popi. La foto vuole rappresentare scherzosamente la cattura di un nemico da parte di due Partigiani.
Foto 2 - Gruppo di Partigiani della Divisione Piave durante l'internamento in Svizzera. La foto fu scattata nello studio di un fotografo professionista a Neuveville (Neustadt) sul lago di Bienne (Biel), inverno 1944/45. Da destra terza fila: Moretto, Moro (di Toceno), Ala (di Falmenta), Marco (di Gallarate), un sergente del Regio Esercito. Nella 1a fila, al centro, Barba. La maggior parte erano oriundi della Val Cannobina . Tutti rientrarono in Italia clandestinamente ai primi di aprile del 1945 e ripresero i combattimenti con la nuova Divisione Flaim, Comando a Cicogna (sulle alture di Verbania, dove invece erano insediati i Tedeschi): parteciparono alla campagna di liberazione liberando la costa del Lago Maggiore da Verbania fino al confine svizzero, quindi con i battelli sbarcarono a Laveno, poi Varese e Como dove incontrarono i primi carri armati americani che avevano sorpassato Milano senza però entrarvi. Giunsero infine il 28 aprile a Milano, già quasi totalmente liberata da altre formazioni partigiane. I Tedeschi si erano arresi, ma vi furono ancora alcune sparatorie intorno all'Hotel Regina (sede di Comandi tedeschi)